Colonizzazione, decolonizzazione incompleta e la creazione dei popoli indigeni. I fondamenti dei loro diritti ‘speciali’

Introduzione

Questo breve saggio presenta una riflessione sulla storia del diritto internazionale, iniziando con Francisco de Vitoria e arrivando allo status giuridico dei popoli indigeni d’oggi.

Non è un esercizio autoindulgente – puramente ‘accademico’, nel senso peggiorativo del termine. Piuttosto, decostruendo le narrative legali dell’occupazione delle regioni polari, metterò in luce le contraddizioni al centro dei progetti coloniali e sfiderò gli avvocati internazionali – in particolari quelli ‘positivisti’ – ad interrogarsi sulle loro ipotesi riguardanti l’occupazione e la sovranità statale.

La metodologia utilizzata è principalmente un’analisi della dottrina in vigore dal XV secolo ai giorni nostri, più una valutazione e un confronto di prassi statali e opinio iuris rilevanti, quali le sentenze di tribunali internazionali. In questo modo si mettono in luce le lacune tra la teoria e la pratica dell’occupazione delle regioni polari e si mette altresì in dubbio la legittimità delle rivendicazioni degli Stati. Infine, si dimostra che l’occupazione Indigena nell’Artico è molto più antica e giuridicamente più forte di quella di qualsiasi stato.

Colonizzazione in teoria e prima pratica

La colonizzazione in entrambi i Poli fu guidata, principalmente, dalla promessa di ingenti ricchezze. Inizialmente, le risorse viventi di balene, foche e pellicce; poi i minerali e, infine, gli idrocarburi.[1]  Ma gli ‘eroi’ dell’epoca dell’esplorazione – e gli stati che li sostenevano – avevano ancora bisogno di una qualche narrativa per giustificare le loro vaste rivendicazioni territoriali.

Gli stati europei – gli unici che avevano il potere di scrivere capitoli di questa storia – avevano convenuto che la semplice conoscenza di un particolare tratto di terra non bastava per dichiararne la sovranità; ci doveva essere anche un certo livello di occupazione effettiva.[2] Anche le Bolle Papali servivano solo a riconoscere e ratificare la situazione de facto. Si potevano piantare bandiere o croci per indicare un arrivo, e forse anche un’intenzione di ritornare, rivendicare, occupare e controllare – ma ciò non bastava per conferire un titolo.[3]

L’arrivo di Cristoforo Colombo a Guanahani dei Caraibi, tuttavia, aumentò notevolmente la posta in gioco. Gli europei capirono subito due cose: c’era un intero continente – anzi due continenti – che non era ancora sotto il controllo di nessuno stato europeo; e c’erano centinaia di civiltà che prosperavano in quel territorio e che non erano favorevoli all’arrivo degli europei.

Questi ultimi avevano bisogno di un capitolo nuovo della loro storia – se non addirittura di una storia completamente nuova. Antony Anghie sostiene che il diritto internazionale non mancasse degli strumenti giuridici per la risoluzione dei problemi sorti dalla colonizzazione delle Americhe, piuttosto quest’ultimo fu creato precisamente allo scopo di produrre una giustificazione per il progetto coloniale. Prima della scoperta del Nuovo Mondo non esisteva un diritto internazionale così come lo intendiamo oggi, perché non ce n’era bisogno.[4]

Il primo giurista a fornire una giustificazione giuridica per la colonizzazione della cosiddetta “Isola della Tartaruga” – ossia le Americhe – fu Francisco de Vitoria. De Vitoria riconobbe subito l’“umanità” intrinseca delle popolazioni originarie di quei luoghi, ma solo fino a un certo punto. De Vitoria ha certamente insistito sul fatto che essi non potevano essere maltrattati senza motivo, ma ha altresì contribuito a creare un motivo per il loro maltrattamento, attraverso la teoria della “guerra giusta”.[5]  Se i nativi si opponevano agli europei che viaggiavano attraverso le loro terre, si opponevano a commerciare con loro, si opponevano a condividerne le risorse, o si opponevano agli sforzi dei nuovi arrivati di convertirli al cristianesimo, allora esistevano le basi legali per una guerra giusta. Questa, a sua volta, giustificava non solo l’uccisione di guerrieri, ma anche la schiavitù di tutti i membri delle società “nemiche” – fossero esse “colpevoli o prive di colpa”. A tutti gli effetti, quando de Vitoria scriveva le sue tesi, la guerra – o le guerre – c’erano già e la teoria fu creata in modo retroattivo per dare loro un’aura di legalità. Fu quindi trovata la “causa” per i maltrattamenti degli indigeni.

Dopo la riforma, gli stati protestanti avevano bisogno di una nuova dottrina. Grozio, Locke e Vattel furono reclutati per scrivere i capitoli successivi della storia che stiamo ricapitolando. Secondo loro, l’occupazione – e quindi il vero titolo dello stato e della sovranità statale – richiedeva la trasformazione della terra – in breve, un’agricoltura stabile e strutture permanenti. [6]

Convenientemente, ma non a caso, molte comunità native adottavano uno stile di vita nomade, prendendo solo ciò di cui avevano bisogno dalla terra, e, considerandosi parte di quest’ultima, non tentavano di esercitare alcun dominio. Le loro terre, insomma, aspettavano solo che una nazione adeguatamente civilizzata le acquisisse per un uso redditizio. Il loro uso della terra era inefficiente e quindi un’altra nazione – più avanzata – aveva il diritto di espropriarla e rivendicarne la sovranità territoriale.

Vattel dice:

Coloro che continuano a perseguire questo ozioso modo di vita, usurpano territori più estesi di quelli che, con una ragionevole quota di lavoro, avrebbero avuto occasione e, quindi, non hanno motivo di lamentarsi, se altre nazioni, più industriose e troppo ristrette, vengono a prendere possesso di una parte di quelle terre.[7]

Ma c’era un avvertimento: come Locke sosteneva che l’individuo non deve possedere più terra di quella che potrebbe coltivare personalmente, parimenti nessuna nazione dovrebbe rivendicare piú terra di quel che ha effettivamente stabilito e non più di quanta sia effettivamente necessaria per soddisfare i bisogni del suo popolo:

Ogni nazione è dunque obbligata dal diritto naturale a coltivare il suolo che ricade sotto il suo dominio; e non è legittimata ad allargare i suoi confini o di ricorrere all’assistenza di altre nazioni, se non solo nella proporzione in cui la terra in suo possesso è incapace di fornirle il necessario.[8]

 

Colonizzazione senza occupazione effettiva

Tornando a parlare delle regioni polari, appare subito evidente che la colonizzazione europea di queste aree mostra ben poca occupazione effettiva. Non era – e non lo é ancora oggi – possibile occupare, cambiare o controllare le vaste distese dei Poli. Inoltre, affermazioni in tal senso non potrebbero in alcun modo essere giustificate come necessarie per provvedere ai bisogni essenziali dei popoli europei.

Al contrario, i colonizzatori dimostrarono la loro occupazione attraverso la toponomastica, la cartografia, la costruzione di strutture di base per il riparo dei naviganti e degli esploratori, l’impossessarsi di risorse e l’esercizio della giurisdizione sui loro cittadini.

Niente, in verità, che gli Indigeni non facessero da secoli in quelle stesse regioni del mondo.

In Canada, I ‘interesse da parte degli stati europei nei riguardi delle isole artiche iniziò alla fine del XIX secolo, in risposta alle preoccupazioni sorte per via delle attività americane e alla caccia da parte degli Inuit della Groenlandia.[9] I britannici iniziarono a rilevare le isole sulle carte nautiche e ad attribuirne i relativi nomi. Tuttavia, persisteva ancora l’idea che l’occupazione legale richiedesse una presenza fisica, e questa idea perdurò anche nel XX secolo. Di conseguenza, furono istituiti quattro postazioni della Royal Canadian Mountain Police: due sull’isola di Baffin, una sull’isola di Ellesmere e uno su quella di Devon.[10] I canadesi trasferirono molti Inuit in insediamenti sparsi nel Nord più remoto, a volte con conseguenze disastrose per le persone coinvolte.

In Groenlandia svariate famiglie di Inuit furono trasferite a più di ottocento chilometri, da Tasiilaq a Ittoqqortoormiit, quale risposta alla crescente attività marittima norvegese sulla costa orientale. In Russia i Nenets furono trasferiti in massa a Novaya Zemlya, a Chuckchi e all’Isola di Wrangel per ottenere la piena sovranità su quei territori.

Nel frattempo, al Polo Sud i britannici fecero la prima rivendicazione formale nel 1908, seguiti da Nuova Zelanda, Francia, Australia, Norvegia, Cile e Argentina – sebbene questi ultimi due paesi basassero le loro pretese sulle Bolle Papali e i trattati europei del XV secolo – quasi quattro secoli prima della scoperta del continente.[11] Anche i Nazisti ci provarono, con spedizioni onde sorvolare, mappare, fotografare, denominare e lanciare bandiere dagli aerei.[12]

Le rivendicazioni territoriali dei sette stati in Antartide non si basarono affatto su alcuna occupazione fisica reale o sulla trasformazione della terra. Ciò sarebbe stato impossibile, date le dimensioni e il clima del continente. Ancora oggi, ci sono poco più di cento stazioni di ricerca – di cui circa ottanta attive – distribuite su quattordici milioni di chilometri quadrati.[13] Ci sono quattromila abitanti durante l’estate – meno d’una piccola università – e circa millecento in inverno.[14] Ci sono meno di cinquantamila turisti l’anno, la maggior parte dei quali trascorre solo alcune ore in un’unica penisola.[15]

Anche nel XX secolo si continuò a ritenere che l’occupazione vera e propria richiedesse qualcosa di più del semplice sventolare una qualsiasi bandiera, ma al contempo andavano crescendo le pressioni dei vari pretendenti in Antartide, così come del Canada e della Russia nell’Artide, il che spinse verso una maggiore flessibilità giuridica nelle regioni polari.[16] Furono effettuati degli scambi impliciti: il riconoscimento della sovranità canadese nell’Artico e l’acquiescenza alla vasta rivendicazione territoriale in quel settore da parte della Russia, in cambio del sostegno alla sovranità antartica degli altri paesi.[17]

Una teoria rivista

Gli stati avevano bisogno di un nuovo capitolo nella storia dell’occupazione. Avviarono quindi dei processi a cui poterono partecipare solo gli stati stessi davanti a giudici quasi esclusivamente europei.

Le sentenze nelle cause relative all’Isola di Palmas, l’Isola di Clipperton e della Groenlandia Orientale sono ben conosciute fra gli esperti di diritto internazionale. Esse hanno evidenziato un passaggio da una teoria oggettiva dell’occupazione a una relativa. Non c’era più bisogno di occupare un territorio in alcun senso fisico; bastava solo che le rivendicazioni dello stato prescelto fossero migliori di quelle di qualsiasi stato rivale.[18]

L’Isola Clipperton era disabitata, mentre i popoli Inuit della Groenlandia e il popolo indigeno dell’isola di Palmas non erano considerati in grado di avere la sovranità sulle terre che avevano occupato per secoli.

L’occupazione effettiva da parte dei popoli indigeni e la sua esclusione dalla storia giuridica

In un breve saggio non è possibile approfondire in dettaglio le prove incontrovertibili dell’occupazione da parte dei popoli indigeni dell’Artico e oltre. Indubbiamente, essi diedero nomi ai luoghi in cui vivevano, produssero mappe e lasciarono molteplici segni della loro presenza. Inoltre disponevano di sistemi giuridici efficienti per governare il comportamento dei membri delle loro società, utilizzavano in maniera accorta le risorse a loro disposizione, curando i più vulnerabili e occupandosi di riparazioni e dello ius in bello. Queste non erano semplici raccolte di norme primarie, come affermato in maniera superficiale da HLA Hart sulla “legge primitiva”.[19] Al contrario, i loro sistemi giuridici avevano e continuano ad avere norme secondarie di riconoscimento, mutamento e di giudizio.[20]

Tuttavia, anche nella Dichiarazione dei Diritti dei popoli indigeni i sistemi giuridici indigeni sono ridotti a “sistemi o istituzioni politiche, economiche e sociali”, “costumi, tradizioni e sistemi di proprietà fondiaria” o “costumi, spiritualità, tradizioni, procedure e pratiche distintive” che, in qualsiasi stato, sarebbero chiamati semplicemente “legge”.[21] Secondo l’articolo trentaquattro, i sistemi giuridici sono riconosciuti “nei casi in cui esistono” – come se questa fosse un’eccezione – ma solo “in conformità con gli standard internazionali sui diritti umani” che sono stati scritti da stati che, sovente, neppure li rispettano![22]

Le prove dell’occupazione indigena sono state escluse sia dal punto di vista procedurale che da quello teorico. Prima di tutto ai popoli indigeni è stato negato l’accesso ai tribunali che erano incaricati di pronunciarsi sulle sentenze delle loro terre. Poiché solo gli stati potevano partecipare in questi processi, non è stato possibile presentare le prove dell’occupazione da parte delle popolazioni native di Palmas o della Groenlandia. Questa esclusione non è un artefatto storico arcaico – essa è stata ripetuta in una Disputa Territoriale (Libia contro Chad) del 1994, così come nel caso delle isole di Chagos nel 2019. [23]

Secondo il punto di vista coloniale, agli Indigeni mancava (anche quando nella pratica non accadeva) l’animus occupandi. In altre parole, non credevano di esercitare il dominio sulle loro terre. Per chiunque abbia anche solo visitato le regioni polari, per non parlare del tentativo di sopravviverci, la mancanza della finzione di poter dominare enormi territori polari è sicuramente un segno di salute mentale. Infatti, come si può esercitare il controllo su centinaia di chilometri quadrati di ghiaccio?

Decolonizzazione e suoi limiti

Le Nazioni Unite sono fondate “sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’autodecisione dei popoli.”[24] Tuttavia “la sovrana uguaglianza di tutti i suoi Membri” – cioè, degli stati – è preminente.[25]

La risoluzione numero 1541 dell’Assemblea Generale ha definito nel dettaglio i popoli indigeni in maniera tale da porli fuori dalla portata del diritto all’autodeterminazione attraverso la premessa del colonialismo d’“acqua salata”.[26]  I territori non autonomi dovevano includere, a prima vista, quei territori che erano “separati geograficamente e distinti etnicamente oppure culturalmente” dai Paesi che gli amministrano.[27] Il riconoscimento dei paesi coloniali – dunque dei popoli coloniali – fa perno sull’esistenza di mari aperti tra i poteri coloniali e i paesi colonizzati – da qui il termine di coloni d’“acqua-salata”. Il termine “popoli indigeni” indica invece quei popoli colonizzati e circondati dai confini degli stati esistenti e sotto la presunta sovranità statale a cui è stato negato il diritto all’autodeterminazione.

L’indipendenza delle popolazioni originarie delle colonie rimane sottomessa al principio d’integrità territoriale – che in questo caso significa assoluta deferenza verso i confini tracciati dalle stesse potenze coloniali, indipendentemente dai confini naturali o etnici sul terreno.[28]

Le nazioni indigene native dell’Europa artica (inclusa la Russia) furono così escluse per definizione, in quanto erano governate da stati coloniali in territori contigui. Il Canada aveva iniziato come colonia di “acqua salata”, ma al momento dell’indipendenza dal Regno Unito e dalla Francia, i popoli nativi risultarono notevolmente meno numerosi rispetto ai colonizzatori e ai loro discendenti. Quando l’Alaska entrò a far parte degli Stati Uniti d’America nel 1959 gli indigeni erano meno del 20% della popolazione totale. Ne consegue che gli indigeni facevano parte di uno stato coloniale contiguo e pertanto fu loro negato il riconoscimento come popoli coloniali aventi diritto all’autodeterminazione. La Groenlandia invece era stata inizialmente registrata come colonia dalla Danimarca, ma successivamente ed apparentemente decolonizzata attraverso l’integrazione con la Danimarca nel 1953.[29]

Il principio uti possidetis è stato ripetutamente riconfermato dalla Corte Internazionale di Giustizia e dal Tribunale internazionale per il diritto del mare, anche nei casi delle Isole di Chagos.[30] Nonostante la spesso citata opinione contraria del giudice Dullard nel caso del Sahara Occidentale, il territorio continua a determinare il destino di un popolo in un modo molto profondo.[31] Il Popolo e lo stato sono uniti come una cosa sola e i popoli Indigeni vengono lasciati indietro in una nuova forma di colonizzazione.[32]

Il rigoroso rispetto dei confini dell’era coloniale lascia centinaia di nazioni come popoli colonizzati, ma poi non riconosciuti come popoli coloniali con il diritto alla decolonizzazione: questi sono i nostri popoli indigeni di oggi. Sebbene soddisfino i quattro criteri essenziali per la statualità, essi sono relegati al ruolo di giocatori di secondo livello nel diritto e nelle relazioni internazionali. Per definizione, i popoli indigeni preesistono allo stato moderno e non avrebbero potuto essere creati dagli stati.[33] Tuttavia il colonialismo li escluse “per definizione” dal diritto internazionale e li ha dovuti poi ricreare come una categoria giuridica apposita.

I diritti degli indigeni come premio di consolazione

I diritti degli indigeni – presumibilmente concessi dagli stati – sono una copertura per l’occupazione in corso dei territori indigeni e la negazione del loro diritto alla decolonizzazione sulla base della parità con gli altri popoli. I loro diritti non sono “diritti speciali” o “straordinari” di cui godono solo i popoli indigeni, e non sono un’azione affermativa per compensare secoli di discriminazione. Piuttosto sono diritti ridotti e limitati all’autodeterminazione rispetto alle altre nazioni del mondo. Come dice Patrick Macklem: “É un processo continuo di esclusione e inclusione nella misura in cui continua a ricondurre i popoli indigeni sotto il potere sovrano di stati non di loro creazione”.[34] Il quadro dei diritti degli indigeni tenta di proteggere questi popoli da alcuni dei peggiori abusi storicamente commessi contro di loro, senza però contestare il modello di sovranità statale (esclusivo) che nega loro la personalità giuridica originale e li rende vulnerabili in primo luogo.

I diritti dei popoli indigeni sono un “premio di consolazione” per essere stati lasciati indietro dal processo di decolonizzazione. Non sono diritti umani ‘plus’ ma autodeterminazione ‘minus’.

L’occupazione effettiva nel XXI secolo

Prima di terminare, vorrei ritornare al discorso dell’occupazione effettiva nelle regioni polari. La sovranità è un argomento delicato in Antartide, ma vediamo come il discorso può essere sviluppato nei termini di chi può esercitare il controllo e, infine, in quali termini.

In un ulteriore allontanamento dal principio dell’occupazione effettiva, i colonizzatori in entrambi i poli – ma soprattutto in Antartide – insistono sulla loro preminenza sulla base della promessa di non occupare e di non trasformare la terra, con il risultato di escludere del tutto la presenza e l’impronta ecologica antropogenica.[35] Solo le potenze coloniali possono essere considerate affidabili per proteggere le grandi “terre selvagge” ai poli della Terra – soprattutto di fronte alle minacce percepite da nuovi attori globali come la Cina.[36]

Anche la sovranità per non occupazione è ben conosciuta al Nord. Nel 1969 il primo ministro Pierre Trudeau giustificava la vasta rivendicazione del Canada sull’arcipelago artico e sul passaggio a Nord-Ovest parlando a lungo dell’importanza della protezione ambientale.[37] È vero che la nuova area di conservazione marina nazionale di Tallurutiup Imanga fu creata in stretta collaborazione con gli Inuit dell’area e gestita congiuntamente. Tuttavia, essa è stata intesa dalle autorità canadesi quale strumento per “servire come una chiara dimostrazione della sovranità canadese sul passaggio a Nord-Ovest”.[38]

Conclusione

Questo mio breve intervento mirava ad illustrare in maniera concisa le giustificazioni giuridiche dell’occupazione, iniziata e resa necessaria dalla colonizzazione dell’Isola della Tartaruga. Per negare l’esistenza delle numerose civiltà nelle Americhe, gli europei crearono una dottrina di occupazione effettiva che richiedeva la trasformazione fisica e un uso “efficiente” della terra. In ogni caso, una tale occupazione nelle regioni polari era impossibile per i popoli Europei. Pertanto, le potenze europee hanno dovuto creare nuove teorie, rivolgendosi alla produzione dottrinale dei tribunali che legittimavano così il loro dominio. i popoli indigeni sono stati cancellati dalla storia e hanno dovuto essere “reinventati” nella seconda parte del XX secolo. Lasciati indietro dai processi di decolonizzazione delle Nazioni Unite, ai popoli indigeni sono stati riconosciuti diritti ridotti e limitati. Tuttavia, questi diritti sono molto lontani dalla piena autodeterminazione di cui godono altri popoli colonizzati che hanno avuto il diritto di sfuggire alla colonizzazione.

Per concludere, l’occupazione da parte degli stati delle regioni polari fallì nei termini stabiliti da quegli stessi stati. In tutta risposta, questi ultimi hanno cambiato i termini giuridici, continuando a escludere l’occupazione indigena, sia nella teoria sia nella pratica. In un completo capovolgimento delle prime giustificazioni per la colonizzazione, gli stati ora mostrano il dominio nelle regioni polari attraverso misure ambientali che impediscono o riducono al minimo l’occupazione. Nell’ultima manifestazione di questo processo di riscrittura dei termini giuridici non è richiesta alcuna presenza fisica, ma basta una promessa di escludere qualsiasi presenza fisica in assoluto. Così, la storia dell’occupazione ritorna al punto di partenza, ma a testa in giù. Allo stesso tempo, i popoli indigeni dell’Artico, i cui rapporti con quella terra sono più lunghi e più forti degli stati che pretendono di governarli, sono stati cancellati dalla storia. I loro diritti non sono protezioni speciali, ma una foglia di fico per negare la loro autodeterminazione sulla stessa base degli altri popoli.

[1] Rachael Lorna Johnstone e Scott Joblin, “Non-Living Resources at the Poles,” in Research Handbook on Polar Law, Karen Scott og David VanderZwaag, ed. (Cheltenham: Edward Elgar, 2020), 249.

[2] Friedrich August Freiherr von der Heydte, “Discovery, Symbolic Annexation and Virtual Effectiveness,” in  International Law,” American Journal of International Law 29(3) (1935): 448, 450-51.

[3] Ibid, 453-55.

[4] Antony Anghie, Imperialism, Sovereignty and the Making of International Law (Cambridge: Cambridge University Press, 2004), 15 e 29.

[5] Ibid, 24

[6] Hugo Grotio, Mare Liberum (1609), trans. Richard Hakluyt (Indianapolis: Liberty Fund, 2004), 13-15, 24 e 27; John Locke, Two Treatises of Government (1689, 1764), Thomas Hollis, ed. (London: A Miller et al., 1764), disponibile presso Liberty Fund E-Books, https://oll.libertyfund.org/page/john-locke-two-treatises-1689, Chapter V, “On Property,” paragrafi 32 and 40; Emer de Vattel, The Law of Nations, Or, Principles of the Law of Nature, Applied to the Conduct and Affairs of Nations and Sovereigns, 6° ed. (Philadelphia: Johnson, Law Booksellers, 1844), 34-36, Libro 1, Capitolo VII, sezioni 78-82.

[7] de Vattel, The Law of Nations, 100, Libro 1, Capitola XVIII, sezione 209.

[8] Ibid, sezione 208

[9] Documents on Canadian External Relations: The Arctic 1874-1949, Janice Cavell and Joel Kropf, ed. (Ottawa: Global Affairs Canada, 2016), xvi-xvii.

[10] Ibid xxvi.

[11] Alejandra Mancilla, “The Moral Limits of Territorial Claims in Antarctica,” Ethics and International Affairs 32(3) (2018): 339, 347.

[12] Shirley Scott, “Antarctic: Competing Claims and Boundary Disputes,” in Research Handbook on Polar Law, 152-153. (La Germania rinunciò alle pretese del dopoguerra. Nonostante alcune esplorazioni, il Giappone non presentò mai una rivendicazione formale rinunciando a qualsiasi potenziale rivendicazione negli accordi del dopoguerra.)

[13] Alejandra Mancilla, “Four Principles to Justify Claims to Jurisdiction and to Natural Resources in Antarctica,” 11th Yearbook of Polar Law (2019) 170-191; Alan D Hemmings, “Antarctic Politics in a Transforming Global Geopolitics,” in Handbook on the Politics of Antarctica, Klaus Dodds, Alan D Hemmings e Peder Roberts, eds. (Cheltenham: Edward Elgar, 2017), 507-522.

[14] Antje Neumann, Wilderness Protection in Polar Regions (Leiden: Brill, 2020), 77.

[15] Ibid, 81.

[16] Shirley Scott “Three Waves of Antarctic Imperialism,” in Handbook on the Politics of Antarctica, 41;

Canada Arctic Documents, xxvii-xxviii.

[17] Canada Arctic Documents, xxviii-xxx.

[18] Sentenza abritrale del 4 aprile 1928 nel caso dell’Isola di Palmas (Stati Uniti c. Paese Bassi), Corte permanente di arbitrato, arbitro Huber, 2 RIAA 829; Sentenza arbitrale del 28 gennaio 1931 nel caso dell’Isola de Clipperton (Messico c. Francia), arbitro Vittorio Emanuele III, UNRIAA, Vol. II, 1105; Sentenza della Corte permanente di giustizia internazionale del 5 aprile 1933 nel caso dello Status della Groenlandia Orientale (Danimarca v. Norvegia) 1933, P.C.I.J. (ser. A/B) no. 53.

[19] HLA Hart, The Concept of Law, II ed. (Oxford: Clarendon, 1997), 91-92.

[20] Ad semipro; Commission on Human Rights, Sub-Commission on Prevention of Discrimination and Protection of Minorities, Study on Treaties, Agreements and Other Constructive Arrangements Between States and Indigenous Populations, First Progress Report, by Alfonso Martínez, Special Rapporteur, 1992, UN doc. E/CN.4/Sub.2/1992/32, para 147; Resurgence and Reconciliation: Indigenous-Settler Relations and Earth Teachings, Michael Asch, John Borrows and James Tully, eds. (Toronto: University  of Toronto Press, 2018); Christina Allard and Susan Funderud Skogvant, Indigenous Rights in Scandinavia: Autonomous Sami Law (Abingdon: Routledge, 2016); Mariano Aupilaarjuk, et al., Interviewing Inuit Elders: Perspectives on Traditional Law (Iqaluit: Nunavut Arctic College, 1999).

[21] Dichiarazione dei Diritti dei Popoli Indigeni, Risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite 61/295, 13 settembre 2007, e.g., articoli 20, 27 e 34.

[22] Ibid, articolo 34.

[23] Sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 3 febbraio 1994 nel caso relativo alla Controversia territoriale (Libia v Ciad) 1994 ICJ Rep 6; Parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 25 febbraio 1999 nel caso relativo alle Conseguenze legali della separazione dell’arcipelago Chagos da Mauritius nel 1965, 2019 ICJ Rep 95. Si veda anche Rachael Lorna Johnstone, “From the Indian Ocean to the Arctic: What the Chagos Archipelago Advisory Opinion tells us about Greenland,” 12th Yearbook of Polar Law 12 (2020): 308.

[24] Carta delle Nazioni Unite, 24 ottobre 1945, United Nations Treaty Series 1 (1945): XVI, articolo 1(2).

[25] Ibid, articolo 2(1).

[26] Trasmissione di informazioni ai sensi dell’articolo 73 e della Carta, Risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite 1541 (XV), 15 dicembre 1960.

[27] Ibid, principio IV.

[28] Dichiarazione per la garanzia dell’indipendenza dei Paesi e dei popoli coloniali, Risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite 1514, 14 dicembre 1960, para 6; Principi di diritto internazionale concernenti le relazioni amichevoli e la cooperazione tra gli Stati; Normativa, Risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite 2625, 24 ottobre 1970, A/RES/2625 (XXV); Conseguenze legali della separazione dell’arcipelago Chagos da Mauritius nel 1965.

[29] Cessazione della trasmissione di informazioni ai sensi dell’articolo 73 sexies della Carta nei confronti della Groenlandia, Risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite 848 (IX), 22 novembre 1954.

[30] Conseguenze legali della separazione dell’arcipelago Chagos da Mauritius nel 1965; si suggerisce la visione di: Johnstone, “From the Indian Ocean.”

[31] Parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 16 ottobre 1975 Sahara Occidentale, ICJ Reports 1975: 2, opinione separato da Dillard, 116, 112.

[32] Matthias Åhrén, Indigenous Peoples’ Status in the International Legal System (Oxford UP, 2016), 35-37.

[33] Irene Watson, Aboriginal Peoples, Colonialism and International Law: Raw Law (Abingdon: Routledge, 2015), 94 e 145.

[34] Patrick Macklem, “Indigenous Recognition in International Law: Theoretical Observations,” Michigan Journal of International Law 30(1) (2008): 177, 186. Testo originale: “It is an ongoing process of exclusion and inclusion to the extent that it continues to subsume indigenous populations under the sovereign power of States not of their making.”

[35] Kees Bastmeijer, “Introduction,” in Wilderness Protection in Europe: The Role of International, European and National Law, Kees Bastmeijer, ed. (Cambridge: Cambridge University Press, 2016), in particolare 31 per la definizione IUCN di terre selvagge (wilderness), incluso “senza abitazione umana permanente o significativa”. Testo originale: “without permanent or significant human habitation.”

[36] Convenzione sulla regolamentazione delle attività delle risorse minerarie antartiche, 2 giugno 1998 (non in vigore), International Legal Materials 27 (1988): 868 (CRAMRA), articola 2(3). Vedasi anche il Protocollo sulla protezione ambientale al Trattato Antartico, 4 ottobre 1991, International Legal Materials 30 (1992): 1461 (Madrid Protocol), articolo 3, Annex III articolo 3, e Annex V, articolo 3.

[37] Canada, Dibattiti della Camera dei Comuni, 28° Parlamento, 2a sessione, vol. 1, 24 ottobre 1969, 39.

[38] Catherine McKenna, Joe Savikataaq e J. Akeeagok, “A National Marine Conservation Area Proposal for Lancaster Sound: Feasibility Assessment Report,” febbraio 2017, https://www.qia.ca/wp-content/uploads/2017/08/NMCA-Propossal-for-Lancaster-Sound-ENG-April-4.pdf, 17. Vedasi anche  Margaret Moore, “Is Canada Entitled to the Arctic?,” Canadian Journal of Philosophy (2019): 1, doi: 10.1017/can.2019.8, 12-13 (in cui si sostiene che la gestione è una giustificazione per la sovranità sull’Artico canadese, ma anche che lo stato più prossimo, il Canada, è in una posizione migliore per svolgere questo ruolo rispetto agli Inuit).

About Johnstone

Rachael Lorna Johnstone is professor of law at the University of Akureyri and at Ilisimatusarfik (the University of Greenland). Professor Johnstone specialises in Polar law: the governance of the Arctic and the Antarctic under international and domestic law. She has published widely on the rights of Indigenous Peoples, international human rights law, governance of extractive industries in the Arctic, international environmental law, state responsibility and due diligence, and Arctic strategies. Her books include Regulation of Extractive Industries: Community Engagement in the Arctic (Routledge 2020) with Anne Merrild Hansen, Arctic Governance in a Changing World (Rowman and Littlefield 2019) with Mary Durfee, and Offshore Oil and Gas Development in the Arctic under International Law: Risk and Responsibility (Brill 2015). Professor Johnstone is an active member of the International Law Association and two thematic networks of the University of the Arctic: on Arctic Law and on Sustainable Resources and Social Responsibility. She is a member of the Arctic Circle Mission Council on Greenland in the Arctic and serves on the advisory board of the Polar Research and Policy Initiative. She is the deputy member for Iceland on the Social and Human Working Group of the International Arctic Science Committee. Professor Johnstone holds a doctorate in juridical science from the University of Toronto (2004), an M.A. in Polar Law from the University of Akureyri (2014), an LL.M. (magna cum laude) in Legal Theory from the European Academy of Legal Theory (2000) and an LL.B. (Hons) from the University of Glasgow (1999).

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