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L’incerto: Paura e bisogno del confine

Parto da quello che, credo, sia un assioma: io sono immagine, sono costituito di immagini e continuamente creo immagini di me e del mondo; inoltre, sono pieno di pregiudizi. Tutti noi siamo portatori di pregiudizi. Sul pregiudizio si è spesso caduti, credo, in fraintendimenti. I pregiudizi sono come le strisce luminose poste nei corridoi degli aerei e che illuminano il mio sentiero, dandomi le coordinate per procedere. Ho una fortuna, però: quella di incontrare il mio prossimo, che è quel mondo verso cui ho pregiudizi. Saranno i fatti, le mie sensazioni e i miei sentimenti che confermeranno, modificheranno o scardineranno i miei pregiudizi. Tendo ad una certa perplessità quando qualcuno si dichiara libero da pregiudizi. I miei pregiudizi preferisco riconoscerli, anziché ignorarli, perché ciò che ignoro può diventare pericoloso. La propria Ombra, se viene ignorata, può essere pericolosa. Ecco quale significato attribuisco alla parola “ascolto”: ascolto di ciò che arriva da fuori o che arriva da dentro. Non potremo noi direttamente risolvere i mali del mondo, almeno non io; potremo, però, contribuire al cambiamento; un cambiamento consapevole, che non sia distratto o, peggio, imitativo. Un cambiamento individuale che tracima dal mio Sé e tocca, contamina l’altro in un reciproco gioco di scambi.

Proviamo a separare l’idea di trasformazione da quella di crescita. Diceva James Hillman che le uniche cose che in natura dovrebbero crescere sono le piante e i bambini; tutto il resto, quando cresce, lo fa a spese di qualcos’altro, sia che si tratti di una economia nazionale, di una rivendicazione territoriale, di un processo forzato di evangelizzazione o di un tumore. Purtroppo, però, la storia, la mia storia individuale, la storia del mondo, rimangono spesso una sterile narrazione. Dobbiamo impegnarci, tutti noi, affinchè la storia, le storie, si trasformino in esperienze.

Alla mia visione di confine attribuisco una necessità ontologica, che per me trova il proprio senso nella clinica e nella psicoanalisi, che non sono luoghi remoti o avulsi dal mondo reale ma sono, per me, luoghi fisici e luoghi dell’anima ove il mio essere individuo e membro dell’umanità si esprime e dove, a volte, trova il senso della vita, se pur transitorio ed effimero.

Vorrei provare a raccontare pensieri, storie, esperienze, astenendomi dalla pretesa che spesso ci porta a “spiegare” le cose. Spiegare vuol dire stendere, togliere le pieghe. Credo che la contemporaneità richieda a tutti noi un impegno supplementare, che è quello di rinunciare al porto sicuro della spiegazione definitiva e confortevole, della superficie chiara e omogenea, non fosse altro che la realtà non è così, e quando parlo di realtà, di “verità”, parlo sia di una verità reale che di una verità psichica, entrambe vive e potenti. Questa posizione pone la psicoanalisi fuori dal “recinto” scientifico, ma credo che soltanto attraverso la rinuncia a qualsivoglia paradigma scientifico la psicologia del profondo possa servire ai propri scopi. Non è questa la sede, però, per approfondire questo argomento.

La nostra componente puer ci fa tendere verso un atteggiamento bidimensionale, che è anche rassicurante, perché ci situa solitamente dalla parte del bene e colloca il male lontano da noi, in una visione orizzontale e di superficie che nega le contraddizioni, i dubbi, i dissidi, le sfumature, i misteri e le zone grigie del mondo e della nostra anima. Nega il riconoscimento della mia Ombra, che diventa l’errore, la colpa e il peccato dell’Altro.

Proverò ad assumere una posizione empirica, nel senso che quello che vorrei incontrare è la comprensione, più della spiegazione di ciò di cui parliamo e che accade dentro e intorno a noi, approcciandoci ai fatti dell’anima con la consapevolezza che ciò di cui parliamo è, almeno per me, un enigma.

Parlo di confine attraverso l’anima, alla cui parola attribuisco un significato insieme laico e religioso, ma comunque sacro, per la sua natura ambigua e perché la nostra conoscenza su di essa è sempre incompleta. Mi aspetto, traslando un termine proprio della psicologia analitica junghiana, che le nostre azioni, le azioni della nostra anima, portino a delle amplificazioni. L’amplificazione, in analisi, “costringe” la coscienza ad affrontare paradossi e tensioni, nonché alla rinuncia alla propria cornice di protezione e conforto, dandole, inoltre, accesso alla complessità. Cosa, forse, ancor più importante, però, è la possibilità di costruire simboli (sym ballo, mettere insieme). Amplificare, in analisi, significa procedere in modo euristico dentro e intorno ad un tema, amplificandone, appunto, i contenuti e l’essenza, fino al loro apparentemente definitivo svolgimento; girare dentro e intorno alla questione, amplificandola, percorrendola, ascoltandola, attraverso le risonanze che in noi scaturiscono: noi come singoli individui ma noi anche come collettività.

Parliamo di confini. L’esistenza del confine consente la permanenza della immaginazione: non so cosa c’è oltre il limite del confine, quindi devo provare a immaginarlo, cioè costruire uno scenario nella mia mente, nella mia fantasia. Immagino ciò che è diverso da me. L’atto della immaginazione è consustanziale all’uomo; l’uomo “è” immagine; pensa, ragiona, sogna, vive per immagini. L’uomo, secondo una definizione del filosofo Carlo Sini, è un animale immaginante[1].

La mia idea di confine è una trasposizione “sul campo” di un altro termine che caratterizza la psicologia analitica, che è “individuazione”. L’individuazione, per Jung, è un processo di differenziazione che ha per mèta lo sviluppo della personalità individuale. Mi servo di un altro paradosso: un dibattito sulla definizione di confine, opposta alla idea di una abolizione dello stesso, equivale, in termini psicoanalitici, alla differenza che separa la ricerca della individuazione dalla ricerca della guarigione del paziente in cura. Separare me da voi, dall’altro, dal mondo, significa individuarmi, garantirmi una identità, che non equivale al disprezzo dell’altro o alla negazione di una identità collettiva e “altra”, ma rappresenta una prima fase di separazione e distinzione, indispensabile alla scoperta e valorizzazione delle proprie e altrui risorse, valori, rituali, storie, progetti, tutti unici e irripetibili. Ogni distinzione, più che separazione, è una forma di amplificazione che estende e connette.

La distinzione tra due soggetti può sfociare nel racconto. Nel racconto c’è chi parla e chi ascolta e nella narrazione c’è il mio mondo, che conosco o di cui penso di conoscere l’essenza; poi c’è il mondo dell’altro, che ha aspetti simili, aspetti segreti e aspetti misteriosi. È nel mistero e nei miti personali che si sviluppano la prossimità e la relazione, da cui potrà nascere un nuovo mito e – conseguentemente – una nuova visione personale. È ciò che Jung definiva “Mysterium coniunctionis”, che è anche il titolo dell’ultimo dei grandi saggi scritto in vecchiaia da Jung, che dice in una lettera: “Il vivente segreto della vita è sempre nascosto tra Due, ed è questo il vero mistero, che le parole non possono svelare e le argomentazioni non possono esaurire”[2].

Ancora in termini analitici, è la separazione che consente lo svolgersi del tempo e dello spazio; in uno dei miti della creazione più conosciuti ciò è narrato in modo encomiabile: l’amore onnipresente, assoluto e totale di Urano per la propria sposa Gea paralizza e nega qualunque cambiamento, spostamento o crescita. Non c’è né interno, né esterno; né vita, né morte. Urano, presago di quanto la sua eternità sia garantita dalla inalterabilità del Tutto, impedisce la “venuta alla luce” dei suoi figli, nati dalla sua perenne unione con la sposa Gea. Essa, però, decide di interrompere questa condizione per sempre, servendosi dell’aiuto del più piccolo dei figli-Titani, Crono, che accetta, armato dalla madre, di evirare il padre e permettere, così, lo svolgersi del Tempo, fatto di spazio e di trasformazioni, di ampliamenti e contrazioni, di vita e di morte[3].

La mia soggettività è garantita e protetta dalla esistenza dell’altro. Nella analisi è la separazione tra analista e analizzando, o tra terapeuta e paziente, che consente alle energie psichiche di fluire e creare, così, la relazione. Inoltre, sono proprio la distanza e la separazione che consentono la proiezione, il transfert e il controtransfert. Due entità sovrapposte, o una delle due contenuta nell’altra, devono separarsi per sopravvivere, a condizione, però, che la propria e altrui esistenza fuori dall’altra sia mutualmente condivisa e accettata. Il senso del confine è legato alla importanza della identità, separazione, riconoscimento, centratura, focalizzazione. Senza confini la vita corre il rischio di frammentarsi. Mi rifaccio ad Helmuth Plessner, che è stato uno dei fondatori della antropologia filosofica e che elaborò una forte critica al comunitarismo, che collega intimamente l’individuo ai propri legami culturali, religiosi o sociali. L’intuizione geniale di Plessner, però, a mio avviso, è quella secondo cui la cellula diventa un essere vivente grazie alla membrana cellulare; grazie, cioè, alla concentrazione del materiale nucleare. La semipermeabilità della membrana, però, consente gli scambi tra la cellula e il mondo esterno, garantendo, al contempo, differenziazione, scambi e trasformazione[4].

Facendo un brevissimo excursus nella clinica, una grave forma di patologia è la psicosi schizofrenica: la mancanza del senso di identità dà il senso della disgregazione, perché manca la consapevolezza del centro e della differenza. In analisi e in terapia la distanza analista-analizzando o terapeuta-paziente permette il contatto empatico, intimo e trasformativo, evitando la sovrapposizione e l’identificazione, che non consentirebbero l’aiuto ma esporrebbero il terapeuta-analista al rischio di essere coinvolto, travolto, assimilato, trascinato. L’abolizione del confine può esporre l’individuo all’assenza della misura, intesa come assenza di limite. Il rischio conseguente è una forma attualizzata di narcisismo, inteso come intolleranza alla alterità e alle differenze psichiche.

Riprendo il pensiero di una psicoanalista italiana, Laura Pigozzi, che definisce claustrofiliche quelle famiglie apparentemente perfette alle quali manca, però, l’anelito verso l’alterità. L’altro è “accettato” solo se assimilato e reso simile, se non identico, al conosciuto. È una forma di addomesticamento in senso letterale. L’altro è un oggetto psicologicamente prevedibile: non ha misteri, né enigmi. Il mistero è consustanziale al diverso, all’alieno; il segreto, invece, è una forma di esercizio del potere. Tutti gli scambi emotivi e affettivi devono avvenire all’interno. Il confine con sé è esteso a includere gli altri e il sé e gli altri vengono trattati come se fossero all’interno dello stesso involucro, della stessa pelle[5]. Servendomi ancora una volta di uno spunto offerto dalla mitologia, l’affermazione della famiglia claustrofilica dissolve la coppia archetipica Hestia-Hermes, trasformando i confini in una entità rigida e non permeabile, dove l’Uno si separa inesorabilmente e dolorosamente dall’Altro. Non a caso, infatti, nella mitologia greca Hestia ed Hermes sono spesso rappresentati insieme, non per vincoli di consanguineità, ma per una concreta affinità funzionale. Tra i due, Hestia è la garante della permanenza, della residenza e della continuità, mentre Hermes è movimento, cambiamento di stato e contatto tra istanze diverse; ma è anche l’imprevedibile, l’inarrestabile e il sorprendente. Hermes, inoltra, dimora nei luoghi di transizione: agli incroci, nei pressi delle tombe o alle porte di accesso alla città.

La vita rischia di ammalarsi quando rimane adesa a sé stessa e alla propria tendemza alla conservazione, in una visione narcisistica, ingessata e dogmatica del senso del confine. Se il confine abdica alla propria funzione di scambio e di “respiro”, diventa asfittico e impedisce la vita stessa che, secondo una definizione di Spinoza, può conservarsi solo grazie alla sua espansione[6]. I confini diventano barriere da proteggere a ogni costo, per scongiurare ogni irruzione di oggetti alieni, al fine di tutelare la presunta “positività” contenuta all’interno, che è contrapposta ad un fuori che è inevitabilmente popolato da creature sconosciute e per questo percepite come pericolose. Il confine, quindi, secondo la mia tesi, è un oggetto psichico indispensabile, a patto che siano garantiti e ricercati gli scambi e i movimenti tra “interno” ed “esterno”, per non cadere nel rischio della fobia verso lo “straniero”, che a seconda del contesto storico e ambientale sarà il nero, l’omosessuale, l’ebreo, il palestinese, il disabile, il povero o l’extraterrestre. Temo, però, che il vero straniero, l’alieno, alberghi in noi stessi. Noi siamo e saremo stranieri a noi stessi finchè non accetteremo le nostre quote di Ombra che abbiamo a lungo ignorato e proiettato. Faccio mio il monito pronunciato già parecchi anni orsono da Deleuze e Guattari circa il rischio di alimentare il fascista che abita in noi[7] e al quale, forse nostro malgrado, tendiamo pericolosamente ad affezionarci o, aggiungo io, ad abituarci ad una “silente violenza”.

La “forma” claustrofilica non riconosce il negativo contenuto all’interno della famiglia (ma al posto del termine “famiglia” possiamo motivatamente utilizzarne altri, come nazione, gruppo politico, squadra di calcio, associazione professionale, ecc.), che viene ciecamente proiettato all’esterno, con l’esito di accrescere la divisione e l’opposizione valoriale tra ciò che è dentro da ciò che è fuori. Questa struttura psichica, oltre a richiedere un cospicuo dispendio energetico, instaura uno status interno di apparente armonia, mantenuta grazie, o a causa, dell’annullamento ed evitamento di qualunque elemento conflittuale, ma anche di qualunque diversità o creatività. Ogni eventuale situazione problematica, pertanto, deve essere negata, pena la frammentazione della struttura. Sembra emergere, al di là di una competitività esasperata, una inconfessata e inconfessabile paura di affrontare il conflitto, al di là delle apparenze, che è una delle cause, ipotizzo, di una forma depressiva collettiva sempre più diffusa, soprattutto nelle società più tecnologiche[8]. Il conflitto, qualunque conflitto, al cui termine attribuisco non soltanto il significato di contrasto e disagio, ma anche di scelta e di cambiamento, richiede tempo: il suo tempo, che non possiamo stabilire a priori. Scriveva Agostino nelle sue Confessioni: “Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so[9].

La società attuale, che richiede velocità, sintesi e brevità, non favorisce la cultura del conflitto, fatta di riflessione, approfondimento e di mediazione intrapsichica e interpersonale, la cui durata, ripeto, non è predefinibile ed è potenzialmente infinita: Kairos, più che Chronos. La rinuncia alla lentezza e al naturale scorrere del tempo è rinuncia al particolare e rende l’essere umano un essere “digitale”, imprigionato in una logica on-off. Noi esseri umani, però, non siamo digitali. Noi siamo analogici.

Tornando alla coppia archetipica Hestia-Hermes, in una condizione simile, un confine rigido e impermeabile impedisce ad Hermes di svolgere la propria funzione connettiva di passaggio e depaupera il confine di mistero, fascino e di potere trasformativo. Non c’è più alcun confine da attraversare, ma soltanto impercettibili variazioni in cui degradare in modo inconsapevole e “asintomatico”. A proposito del concetto di sintomo e sulla sua irrinunciabilità per l’anima (e quindi per la clinica, oltre che per l’analisi), vorrei, se pur brevemente, fare un accenno circa la necessità del trauma (Ananke), nonché della patologia come ineluttabile oggetto psichico. Su tale inevitabilità si espresse già nel 1913 Sigmund Freud: “Possiamo afferrare l’inconscio soltanto nel materiale patologico[10], anche se l’idea del sintomo come componente fondamentale della nostra natura umana troverà una potente e quasi iconoclasta risonanza nel concetto di patologizzazione espresso da James Hillman[11]. La tendenza attuale, infatti, spinge la grande maggioranza degli individui alla ricerca della similitudine nell’altro, anziché verso la curiosità e il dialogo verso ciò che è diverso, anche se in misura profonda. La zona di contatto non è più un luogo dove desiderare e costruire una relazione, fatto anche di differenze, ma bensì è un luogo ove si ricerca aprioristicamente una rassicurante similitudine. Questo stato di cose causa una riduzione della complessità e di un abbassamento intrapsichico di ogni tendenza trasformativa ed evolutiva.

L’idea di un mondo senza confini rischia di essere assimilabile ad una uniformità che nega l’alterità e la soggettività dell’Altro, che è irripetibile e inimitabile. In questo scenario tutto è uguale a sé stesso, tutti fanno le stesse cose nello stesso modo, consumando gli stessi prodotti ovunque e perseguendo l’idea autocentrica di forme di governo o concezioni religiose valevoli per tutti. La rinuncia ideologica ad una idea di confine rischia di diventare una forma di oceanica forma di illimitatezza. L’esasperazione della civiltà contemporanea induce le nuove generazioni ad immaginare il mondo nella loro totale e perenne disponibilità; un mondo in cui chiunque può fantasticare di essere, fare e avere ciò che vuole (ciò è plasticamente rappresentato, per esempio, da certi messaggi pubblicitari in cui il successo o la ricchezza sono gli unici ideali, le uniche mète cui ambire), in una atemporalità e in una negazione dello spazio inteso come ente finito: siamo immersi in un incessante “rumore” fatto di scambi continui, attività compulsive e comunicazioni continue e ridondanti, alle quali sempre più individui non riescono a sottrarsi, solleticati e sollecitati a cercare e accumulare di più, oltre ogni limite.

Troviamo in particolare nelle ricerche di due psicoanaliste, entrambe collocabili temporalmente nel primo periodo della psicoanalisi, Melanie Klein e Margaret Mahler, alcuni studi pionieristici ma estremamente illuminanti sul concetto di spazio infinito: all’inizio della sua vita il neonato non ha la consapevolezza del limite. Lui, o lei, non ha semplicemente l’universo a disposizione: lui è universo. Le prime, naturali frustrazioni permettono al bambino di differenziare il sé dall’universo, che è comunque inconsciamente ancora nella sua totale disponibilità. Occorrerà qualche mese perché nel bimbo si consolidi progressivamente la consapevolezza che a volte l’oggetto desiderato, quasi sempre il latte, il seno materno, la voce, il sorriso, il calore, l’abbraccio, può immediatamente essere disponibile, oppure no; a volte, infatti, questo non accade o accade solo in parte.

Secondo Margaret Mahler, a cui dobbiamo la teorizzazione secondo cui la “nascita psicologica” del bambino segue tre fasi (“autismo normale”, fase “simbiotica” e fase della “separazione-individuazione”), nella psicosi la relazione simbiotica con la madre impedisce al bambino di sperimentare sufficiente separazione per poter stabilire dei limiti solidi tra ciò che si è e ciò che non si è: egli avrà per sempre bisogno di oggetti-sé che gli ricordino quel suo essere infinito a cui non riesce a rinunciare[12].

Riprendendo il filo principale, il luogo di confine, di frontiera, è per definizione mutevole per innumerevoli cause: guerre, compromessi, cessioni, trattati, accordi politici, economici… Nella nostra epoca, fatte salve alcune realtà, assistiamo ad una progressiva relativizzazione del concetto di confine, che diventa fluttuante, incerto, poroso, secondo una definizione dello psicoanalista Wilfred Bion. D’altro canto, però, possiamo cogliere anche istanze diverse, volte ad un rafforzamento di certi confini che, ipotizzo, nascono da sentimenti di angosce identitarie. Se parliamo di confini, spesso siamo portati a considerarli come luoghi di separazione; proviamo, invece, a leggerli come funzione il cui scopo è quello di contenere e proteggere l’individuo, a guisa di pelle che, per evidenziarne l’importanza nell’organismo umano, è l’organo più pesante, costituendo il 18% dell’apporto ponderale nell’adulto, per arrivare al 20% nel bambino molto piccolo.

Quali sono i rischi che, credo, l’intera umanità rischia di correre? La paura di smarrire la propria identità oscilla tra una idea di confine sempre più fluttuante, impalpabile e confusa, e quella di un rafforzamento drastico, ossessivo e diffidente. Entrambi i limiti espongono i singoli individui e le collettività alla perdita di certezza e di stabilità, se pur mutevoli.

La tendenza attuale pretende la eliminazione psichica dell’Altro, psichicamente inteso come mistero, immaginazione, eros, fantasia, desiderio, mancanza, ecc. L’Altro (il Diverso), che assume in sé inesorabilmente le caratteristiche del Negativo, soccombe di fronte alla Positività dell’Uguale[13]. La diffusione esponenziale dell’Uguale contribuisce al progredire di quelle varizioni patologiche che stanno occupando il corpo sociale; ciò che ammala l’individuo e la collettività non è tanto la norma, il divieto o il tabù, quanto il consumo esorbitante, la competitività parossistica e il bisogno cieco di affermazione, a qualunque costo.

Il Diverso è diverso solo di facciata; le differenze sono tali solo nell’apparenza. Il superamento del Confine è un fatto iniziatico; è una azione psicologica con la quale ci inoltriamo in regioni in cui possiamo sperimentare l’altro-da-noi e dove possiamo confrontarci con luoghi ove dobbiamo mettere alla prova le nostre capacità di adattamento, trasformazione e assimilazione, offrendo, specularmente, il nostro Essere. In breve: esperire, dando a questo termine il senso che Heidegger gli attribuiva, cioè che ogni cosa può diventare fonte di esperienza purchè ci accada, ci incontri, ci sconvolga, ci sopraggiunga e, in definitiva, ci trasformi[14].

Note

[1] Carlo Sini, Immagini di verità. Dal segno al simbolo, Spirali, 1985.

[2] C.G. Jung, Letters (1906-1961); trad. it Lettere, Vol. I-III, a cura di A. Jaffè, G. Adler, Ma.Gi., 2006, Lettera del 12 agosto 1960.

[i3 Robert Graves, I miti greci, Longanesi, 1992.

[4] Helmuth Plessner, L’uomo come essere biologico, in Filosofi tedeschi d’oggi, a cura di A. Babolin, Il Mulino, 1967.

[5] Laura Pigozzi, Mio figlio mi adora, Nottetempo, 2019.

[6] Baruch Spinoza, Tutte le opere, Bompiani, 2010.

[7] G. Deleuze, F. Guattari, Mille piani, Orthotes, 1980.

[8] Alain Ehrenberg, La fatica di essere se stessi. Depressione e società, Einaudi, 2010.

[9] Agostino, Le confessioni, XI, 14 e 18, Zanichelli, 1968, pp. 759.

[10] Stanley A. Leavy, The Freud-Journal of Lou Andreas-Salomé, The Hogarth Press, 1965, p.64.

[11] James Hillman, Re-visione della psicologia, Adelphi, 2019.

[12] Margaret Mahler, Le psicosi infantili, Boringhieri, 1972

[13] Byung- Chul Han, L’espulsione dell’altro, Nottetempo, 2017.

[14] Martin Heidegger, Dall’esperienza del pensiero, Il Nuovo Melangolo, 2011.